Il guerriero amico

Arriva il bel tempo, la primavera e poi l’estate e si possono fare tantissime cose splendide, specialmente adesso che il colore delle nostre zone tende al bianco Per me è soprattutto il momento in cui posso godermi al massimo il mio giardino. Mi piace coccolarmi nel verde, tra i cipressi, la magnolia, il fico e i cedri del libano. Tra i profumi del gelsomino e i colori delle begonie, delle surfine e delle ultime stoiche pansè. La mattina presto faccio gli esercizi e la sera tardi quando torno mi guardo il sole che scende. A volte mi concedo un po’ di più e il caldo arriva tosto ma penso che sono sempre un privilegiato e torno immediatamente ad amare questo clima, specialmente quando mi rendo conto che il tempo è dalla mia parte. O almeno, lo è da quando ho capito alcune cose fondamentali su come funzionano le menti. Come ad esempio il fare fluire, permettere alle cose, ai profumi, ai pensieri, ai ricordi, alle sorprese, alle immagini o al caso, di investirti. In modo gentile, educato, assaporando quello che di bello ti dà la vita. Come stavolta mentre cercavo un’ispirazione per scrivere il mio piccolo contributo settimanale alla crescita personale. Stavolta, a proposito del lasciar fluire, tutto è cominciato con un cruciverba. 27 verticale (il 27, numero potente assoluto: la trinità al cubo!!!), 5 lettere: “J. Cook amava chiamarle isole degli amici”. Sono fortunato, ho pensato, ed è stato semplice dare la risposta esatta perché ne parlavo con un amico rugbista proprio pochi giorni fa, di quanto siano forti in questo sport gli abitanti di Tonga. Sì, perché proprio di questi omoni polinesiani parlava il grande esploratore, e cartografo, James Cook definendoli “persone di grande statura, in genere dotati di immensa forza e ampi sorrisi”. Ecco che nella mia mente si propone un’immagine dove la forza non necessariamente serve per aggredire, combattere o distruggere. L’omone non è un guerriero del quale avere timore ma un amico dal quale ricevere protezione. Non so perché ma al termine “guerriero” in passato associavo l’immagine iconica della persona violenta che combatte, uccide e conquista territori e persone senza interrogarsi sul motivo e solo per il piacere di farlo. Solo da qualche anno, dopo aver visto un sacco di film, letto libri e ascoltando riflessioni evolute in molti corsi ai quali ho partecipato, ho iniziato a modificare la mia convinzione. In pratica nella mia mente si è sfocata via via l’immagine del guerriero violento con spada e armatura ed è subentrata, lieve, quella attuale del guerriero positivo, portatore di pace e protezione. Perché si può essere guerrieri positivi lottando per una causa nella quale si crede fortemente, facendo sacrifici importanti per quell’obbiettivo. Non fermandosi di fronte alla difficoltà e facendo in modo che la paura sia un alleato e non un ostacolo. Perché chi ha dentro di sé quest’anima guerriera ha ben chiaro che il futuro non è garantito, ma va conquistato. L’ armatura non si vede ma c’è ancora e forse è ancora più robusta di prima. Una immaginaria maglia d’acciaio intrecciata di orgoglio, amor proprio, convinzioni potenzianti e sicurezza dei propri ideali. Quando incontri una persona così te ne accorgi subito dallo sguardo, dalla sua postura, dal suo ritmo e dal suo sorriso. Te ne accorgi da come affronta le situazioni. Ho notato come molte persone tendano a guardare chi ottiene fama e successo e lo idealizzano. Pensano che quella persona abbia addirittura dei poteri particolari, capacità e risorse di cui solo pochi sono stati dotati. Proprio come i guerrieri della nostra immaginazione, le fate turchine o i Super Eroi in costume. Ma non è così: queste persone, questi guerrieri, tutti coloro che ci proteggono e ci illuminano sono esattamente come noi, né più né meno. Magari giocano a rugby in modo divino, scrivono frasi che restano per sempre, ti abbracciano e sorridono come mai nessuno prima ma sono persone, proprio come te. Sono l’atteggiamento mentale, le competenze acquisite e le azioni messe in gioco a fare in modo che ottengano il successo dove altri falliscono. Sono guerrieri positivi perché riescono a usare il proprio potere personale, quello che è alla portata di qualsiasi individuo. E quello che ogni mental coach che si rispetti deve fare è proprio questo: portare alla luce, estrarre il potere unico che è dentro ognuno dei nostri coachee. È bello e potente pensare di avere un guerriero amico dentro di te, che con un grande sorriso ti accoglie come fecero gli abitanti di Tonga con James Cook: “persone di grande statura, dotati di immensa forza e ampi sorrisi”. Sarà come dare un volto alla tua forza interiore, quel volto che ti proteggerà dalle sconfitte e dalle intemperie. Luca Paoli
Riprogrammare mentalmente le esperienze vissute
Quasi 2000 metri sul livello del mare, un bello stare, un belvedere. Silenzio e meditazione e tanto altro perché in queste vallate, in questi pendii, spesso nascosti dalle nebbie, in un paesaggio irreale, si narra che si nasconda il Signore della Terra, padrone delle nuvole e della pioggia. E’ qui che vivono gli ultimi discendenti delle potenti dinastie Maya. Qui non solo i funghi dilatano lo spirito ma anche il tabacco verde o l’acquavite di agave. Le strade si inerpicano e vicino a Chiapa de Orzo ecco il Canyon del Sumidero, chilometri di acque verdi e azzurre contenute in pareti altissime di roccia che le vertigini ancora mi vengono. Continuiamo sempre verso l’alto dove ci sono i villaggi indigeni del Chiapas e ogni volta che scendiamo dal nostro mezzo troviamo il sorriso dei puffetti locali con i loro “dopo de la chiesa, dopo de la chiesa” a implorare un attimo per un dono qualsiasi. chewing gum, matite o anche solo acqua fresca. Era l’agosto del ‘96 quindi sono passati ormai ben 25 anni da quella esperienza in terra messicana. Era il tour che andava a sancire di fatto con la società la mia autonomia, ero finalmente sposato, avevo una bella moglie, giovane, stavo facendo il mio viaggio di nozze, avevo un buon lavoro, passioni e amici in quantità e stavo per fare il salto di qualità. Avrebbe dovuto essere l’inizio glorioso di una relazione unica che invece nel tempo si è trasformata in una logorante e patetica guerra di potere. Se penso che quello è stato l’inizio della fine potrei associare dolore e sofferenza a quei ricordi. Eppure di quei momenti oggi ho invece un ricordo indelebile e bellissimo. Ogni volta che torno con la mente al Chiapas, San Cristobal de Las Casas, Mérida, Palenque… sul viso mi compare sempre un gran sorriso. Ma non è stato sempre così. Per tanto tempo ho dato potere nella mia vita al fallimento del mio matrimonio. Tutte le battaglie quasi quotidiane, i silenzi, gli sguardi in cagnesco, la distanza, la solitudine. I dissapori seguivano ogni scelta, ogni decisione. Il sapore acre della sconfitta si è fatto sempre più forte finché finalmente ho avuto il coraggio di dire basta e ricominciare di nuovo. Per tutto questo tempo ho permesso al mio fallimento di offuscare quanto di bello avessi saputo creare anche in quel periodo. Dopo anni adesso finalmente ho scoperto come isolare la bellezza dei ricordi e questo grazie alla capacità di riprogrammare mentalmente le esperienze vissute. Nel mio piccolo sto facendo lo stesso con le tante persone che seguo, nei percorsi di coaching individuale o nei corsi di formazione dell’Academy e mi piacerebbe dirtelo ogni giorno: sai com’è possibile riuscire a cambiare il corso della vita? Sai cos’è che funziona davvero? La sincerità emozionale, dirsi la verità sul serio. Il lavoro di un coach è importante ma è necessario che sia TU a volerlo, a chiederlo a te stesso. La risposta farà la differenza e ti darà una marcia in più per cominciare ogni giornata. Quello che ho fatto è stato prendere atto della realtà, smettere di piangermi addosso per delle scelte sbagliate o odiare le persone che mi facevano soffrire. Smettere di dirmi che tutto sommato poteva succedere di peggio o che “…chissà, prima o poi, speriamo che…” No, se non vuoi non succede. Quando vuoi realmente una cosa solo allora succede. Questo è ciò a cui mi riferisco e che a me sta molto a cuore: fare i conti con la realtà! Nulla è più importante della comprensione del suo funzionamento. Capire qual è il punto da cui partire per studiare una strategia diversa per ottenere un finale della storia diverso è fantastico e fondamentale. La vita è un viaggio, tortuoso o lineare ma sempre un viaggio E la strada è quella che decidi tu, superando ostacoli, scalando montagne e aggirando canyon. Salendo viuzze ripide, navigando in oceani di bellezza e divertimento, bevendo cocktail di armonia, delusione, conditi da brividi d’amore. In ogni caso è proprio come se ogni volta si dovessero superare dei livelli. Anzi hai mai pensato alla tua vita come a un videogame con tanto di nuovo enigma di livello da risolvere? Ognuno di questi livelli ti permetterà di accumulare nuova esperienza, la stessa che ti porterai dietro fino alla fine della partita. Risolvendo rompicapi e collezionando esperienza potrai migliorare costantemente i tuoi processi decisionali, per raggiungere i livelli successivi mentre la posta in gioco si farà sempre più alta. Nel viaggio ti assaliranno mille emozioni. Alcune potranno aiutarti, altre ti danneggeranno. Riuscire a conciliare logica ed emozioni per orientare l’azione ti permetterà di prendere decisioni migliori. Imparare ad accettare come funziona la realtà, visualizzare e sviluppare il tuo percorso è un’esperienza entusiasmante. E’ vero, può anche metterti nella condizione di fallire ma questo è un bene. Riuscire a fallire è sempre un successo perché quando te ne accorgi e lo ammetti, in realtà significa che hai appena superato un livello. Entra nel circolo di feedback dell’apprendimento, metti in prospettiva il dolore e in leva la felicità solo così apprezzerai il piacere di crescere! E adesso sei pronto per un nuovo viaggio? Dall’altra parte del lago, proprio di fronte a due vulcani inattivi, parte un lungo sentiero all’imboccatura di un piccolo fiordo. Il freddo è pungente e le mie labbra sono ormai spaccate, le mani sono gelide e faticano a stringere il bastone e la fune che ci lega, ogni passo, lento, sento un dolore lancinante alla schiena ma sorrido … è un’altra storia È la mia vita E’ la tua vita E’ la vita.
Ricordiamoci tra cent’anni
In questo periodo, penso che abbiamo provato in tanti la strana sensazione di essere come dentro la scena di un film. Uno di quelli tratti da racconti di Stephen King o uno dei tanti film post apocalittici, come i disaster movie all’americana. Strade vuote, silenzio, paura, distanza, mancanza di contatto, persone in divisa, assalti ai supermercati, gente disperata, alcuni che fanno finta che non stia succedendo niente. E’ vero, credo che per tanti sia stato un susseguirsi di strane sensazioni e il vocabolario emozionale in certi casi, si è modificato o almeno così è uscito dall’esperienza quotidiana che faccio in qualità di mental coach. Il nostro lessico neuronale si è ampliato o si è indurito, c’è chi è stato sopraffatto e chi invece ha tirato fuori le unghie per continuare bene il proprio percorso, nonostante tutto e attraverso il tempo diverso che si sta vivendo. E domani? Tra cento anni cosa ricorderemo di tutto questo? Proviamo ad immaginare un dialogo tra una figlia e sua madre se le cose andranno in un certo verso. Lo so, di solito il mio approccio è diverso, nei miei articoli si propaga energia e il sorriso ci accompagna come il sole d’estate; mi piace molto pensare al futuro in modo ottimista perché so che è molto utile per me e per gli altri ma, per una volta, ti va di scendere con me nella possibilità peggiore? Ecco qua il risultato: “Mamma, mamma, c’è un signore che dice che guidava le “Macchine”. Cosa sono, mamma, le “Macchine”?” “ So che erano delle cose di metallo che prima venivano usate per muoversi. Ma chi è questo signore?” “Guarda mamma, lo puoi vedere con la extracam, è quello la fuori con la sedia elettrica, mi ha detto che lui era bravo, andava con le macchine da corsa” “No, stellina, quella elettrica è quella che usiamo per gli “Inattendibili”, quella invece è una sedia elettronica, come quelle che vengono fornite ai “Condonati” anziani. Comunque non è importante quello che dice.” “Ma che ci fa con la sedia elettronica?” “Si muove, che deve farci, amore? Non può fare diversamente, è ancora reale, non sa usare i neuro occhiali. Piuttosto, hai fatto la Mind DAD?” “Sì mamma, tutto ok, mi sono collegata e Suor 15 e Suor 18 ci hanno parlato dei giochi di ruolo e della frutta esotica. Poi però mi sono stancata e ho guardato dei ricordi di un certo Angela. Lui era un virtuoso, vero mamma?” “Non lo so, non ricordo nemmeno chi era” “Sai, parlava di animali che prima stavano nelle case anche come la nostra e di una cosa chiamata nazismo, poi è arrivata la grande luce bianca ed è terminato il flusso. Te, mamma, lo sai cos’era il nazismo?” “Sì, penso sia una di quelle cose che facevano i francesi. Per questo li hanno tolti, sempre una nuova ne inventavano… illuminismo, sciovinismo, nazismo… deve essere stata una cosa di questo tipo. Piuttosto, stellina, hai preso la dose di ossigeno concentrato stamani? Mi stai facendo troppe domande e non vorrei consumare troppi giga” “La stavo per fare adesso mamma, saluto il signore che guidava le Macchine e mi connetto con la centrale. Te fai un bel sonno, mamma.” “Certo stellina, e non pensare a quelle brutte cose. E’ passato, lo sai, non serve ricordarlo, adesso è tutto gestito al meglio, ……biiiiip……….” “Sicuro mamma, peccato solo che non posso toccarti. Ma quando eri piccola te, vi toccavate?” “………………….” “Mamma…?” “………………….” “Mamma, ho ancora qualche giga se vuoi puoi usarlo per stare ancora un po’ con me” “………………….” “ciao mamma…” Sei ancora lì? Lo stomaco come va? OK, Ok, ho capito, forse stavolta ho calcato un po’ troppo la mano ma… attenzione, pensaci bene, a parte le sensazioni che stai provando o lo scenario che stai immaginando, quale potrebbe essere la domanda giusta da farsi a questo proposito? Cosa posso fare io per contribuire affinché ciò non avvenga? Sai, purtroppo oggi l’uomo è impostato per essere una sorta di contenitore di informazioni, una bussola passiva verso lo zenith della pandemia. Ad essere uno che non elabora e non pensa in modo personale ed autonomo e quindi, in sintesi, a seguire una mandria che non è più capace di prendere una strada utile per lei, ma quella disegnata e designata da altri. E questo perché adesso, nelle paure in cui siamo stati confinati, siamo subissati di dati che non sappiamo elaborare in modo intelligente. Che questi arrivino tramite un mezzo digitale o cartaceo, non è importante: l’effetto è un assoluto intasamento percettivo che chiude le menti. Oggi si fa una gran fatica a selezionare, comprendere, valutare, ordinare, imparare con questo gigantesco flusso di informazioni guidate. Per invertire la rotta sarebbe necessario ridurre l’attuale iperstimolazione ma si sa che è improponibile per millemila motivi che non sto qui a spiegare per cui ognuno di noi, penso, sia importante che faccia la sua parte, rinvigorendo il proprio pensiero critico con responsabilità e coraggio. Sì, perché molto del futuro dei nostri figli dipende da come sapremo gestire bene il nostro di futuro e per questo serve proprio la padronanza emotiva di sé. L’obiettivo è quello di migliorare noi stessi da ogni punto di vista, essere il più possibile responsabili e consapevoli di quello che scegliamo di fare ogni giorno per mettere in condizione chi verrà dopo di noi di essere all’altezza di un mondo vivibile. Il tuo contributo è importante, il nostro necessario.
La gestione del successo
Dopo alcuni articoli densi di tecnica e approfondimenti specifici sulle paure e sul cambiamento, oggi voglio andare su un altro versante. Quello della messa in pratica delle strategie, fornendoti qualche spunto su come esercitarti in questo periodo di nuova libertà, proprio sugli argomenti di cui tratto in altri articoli presenti sul blog. Una delle cose che accomuna la maggior parte delle persone che si rivolgono a un Mental Coach è la voglia di andare oltre i risultati già raggiunti, il desiderio di fare un salto di qualità, di passare all’azione nonostante limiti, età, paure, difficoltà. Perché è questo ciò che aggiunge valore alla nostra vita, non credi? “E’ proprio quando progrediamo che ci sentiamo vivi”, diceva il saggio, e sai perché? Perché questo significa mettersi in gioco: guardare in faccia i nostri limiti, le nostre paure e decidere di non farci condizionare nelle nostre scelte e tantomeno dal nostro passato. Sono quei momenti che nell’arco di una vita si sentono forti dentro più di una volta, o anche una soltanto, perché magari è quella definitiva e ti farà fare il salto di qualità. Proprio quella che potresti fare tra poco. Quelli della crescita, del progresso, sono quei momenti in cui mettiamo l’azione al primo posto, e diamo il massimo per creare le condizioni affinché i cambiamenti che vogliamo accadano, come se fosse l’unica soluzione possibile. Sono quelli in cui intimamente ricerchi la vera libertà. Ok, dirai, tutto vero, tutto bello ma che significa in soldoni? Come si fa? In che modo posso riuscirci? Hai dei consigli da darmi? Ci sto! Ecco qua un semplice esercizio, che puoi fare già adesso e che può aiutarti a capire meglio da dove partire. Rifletti il tempo necessario e poi scegli quale di queste opzioni è più vicina a te, così avrai maggiori informazioni per capire cosa ti ostacola nel realizzare ciò che vuoi: 1. Sei il tipo che vuole tutto e subito? 2. Sei uno di quelli che non riesce a pianificare? 3. Ti fissi solo su una cosa, così tanto da non riuscire a fare altro? 4. Vuoi fare troppe cose contemporaneamente? 5. Riesci a visualizzare il tuo obiettivo ma poi non passi all’azione? 6. Vuoi fare sempre tutto da solo? 7. Hai visualizzato in passato dei fallimenti che ti impediscono di agire? Tutti noi abbiamo dei modi per limitarci o le nostre strategie per auto-sabotarci e fallire, (vedi libro Sblockdown cap.II ) e quelli che ti ho fatto qui sono solo alcuni esempi: il segreto è riconoscerli, per cambiare rotta e andare avanti. Adesso che hai individuato ciò che più ti frena e ti fa sbagliare direzione, puoi cominciare a dirigerti nel versante giusto, quello delle soluzioni. Anche in questo caso però sapere cosa si deve fare non è sufficiente, è necessario invece avere degli strumenti e delle strategie vincenti per farlo in modo utile per te. E allora eccomi qua, di nuovo con un semplice esercizio che ti potrà aiutare. Si tratta di uno strumento semplice e allo stesso tempo incredibilmente potente da applicare ogni volta che non raggiungi un obiettivo e vuoi capire come rimediare. Come ho detto prima, invece di focalizzare i tuoi pensieri sul risultato mancato, poniti delle domande guida. Facendo questo sposterai la tua attenzione su come stai quando raggiungi risultati che ti soddisfano, e potrai quindi replicare con piena consapevolezza quelle stesse azioni e comportamenti tutte le volte in cui non ce la farai, ti sentirai sfiduciato e poco incentivato a continuare. Siccome non so ancora quale sia l’ambito che più ti preme, ti invito a pensare intensamente a quando fai qualcosa che ti riesce particolarmente bene: sul lavoro, nella cura della tua salute, della forma fisica o nel rapporto con i tuoi figli o con chi ami…e in queste brevi domande guida qui sotto, ti chiedo: 1. Come respiri? lentamente, in modo tranquillo, velocemente? 2. Com’è la tua postura? Hai la schiena dritta, petto in fuori, sei sciolto? 3. Che sensazioni provi? Adrenalina, orgoglio, entusiasmo, gratitudine, gioia? 4. Come si muove il tuo corpo? Fai gesti energici o semplici, cammini con passo sicuro? 5. Cosa pensi e cosa dici a te stesso? Che sei forte, sei in gamba, bravo, che sei riuscito in una cosa difficile, che niente può impedirti di riuscire? Ti do la mia parola: spostando la tua attenzione su ciò che ha funzionato nei momenti vincenti della tua vita porterai il tuo cervello a replicare quegli stessi schemi e a riuscire laddove non ce l’hai fatta finora, o almeno non nel modo in cui avresti voluto. Questa è solo una delle tecniche per spingere sull’acceleratore dei tuoi obiettivi superando ciò che ti blocca o ti fa paura. Quando vorrai testare su di te anche il resto, sarò felice di fartelo provare. Buona libertà. Luca Paoli
Le Distorsioni, maledette distorsioni…
Se dico “distorsioni”, agli appassionati di sport verranno subito in mente i dolori e le fasciature fatte a qualche caviglia malandata o l’immagine del ginocchio che si torce in modo innaturale. Invece stavolta vi voglio portare in un mondo diverso, in un mondo dove si parla di un altro tipo di distorsioni: quelle che avvengono ogni giorno nella nostra mente. Noam Chomsky, linguista di prestigio di livello internazionale, distingue due livelli di linguaggio verso gli altri e verso noi stessi. Ad un primo livello esiste una struttura superficiale: tutto quello che diciamo espressamente a noi stessi o agli altri. E poi a un secondo livello esiste una struttura profonda, cioè tutto l’insieme delle informazioni inconsce che rimangono inespresse. Per riuscire a semplificare questo passaggio di informazioni, dal primo al secondo livello, il nostro cervello pratica dei tagli necessari. Può fare delle cancellazioni, eliminando qualcosa in modo da ridurre l’esperienza, facendole assumere le dimensioni che siamo convinti di essere in grado di gestire. Può fare delle generalizzazioni come quando, ad esempio, una persona viene tradita da qualcuno e dice poi “Non ci si può fidare di nessuno”, oppure se vieni tamponato che “la gente non sa più guidare”. Oppure può fare delle distorsioni, cambiando il modo in cui viene dato un giudizio sommario dei dati sensoriali che si ricevono. Ad esempio quando presupponiamo che un silenzio significa che abbiamo offeso la persona; o che un tono di voce alto voglia dire che la persona è arrabbiata con noi; o che se non c’è la spunta blu sul messaggio di WhatsApp sta per accadere chissà quale sciagura: “non gli interesso, mi schifa, sono invisibile, ha un’altra” e così per ore fino allo sfinimento. Oppure possiamo, e questa forse è anche peggiore, scegliere di distorcere la nostra esperienza in un modo che sembri funzionare per noi. Possiamo scegliere, cioè, di convincerci che se una persona ci tratta duramente è solo perché tiene molto a noi. Addirittura persone, di solito i bambini e le donne, si convincono che meritano di essere maltrattate perché è giusto così e che questo è per il loro bene. Tornando ad esperienze più leggere, se qualcuno trova tutte le volte una scusa per non vederti o per non fare un lavoro con te magari ti convinci che è perché è davvero tanto impegnato. Attenzione, nessuno di questi dati è un fatto: si tratta di invenzioni delle nostre menti creative. Alcune funzionano bene, altre molto meno. Sarebbe sufficiente chiedere ma spesso non lo facciamo, nessuno ci ha insegnato a farlo, nessuno ci ha spiegato quanto sia importante farlo. In tutti questi anni di coaching ho conosciuto centinaia di individui e ribadisco che è davvero curioso scoprire come la maggior parte si rifiuti di guardare in faccia alla realtà, quando questa non coincide con i suoi desideri. Ed è un vero peccato, perché è proprio ciò che dovremmo abbracciare, specialmente le cose brutte. D’altronde per le cose belle non c’è di certo bisogno di un’attitudine particolare per goderne, non trovate? Le cose belle si lasciano amare da sé. Invece spesso, come dicevo, le persone tendono a “raccontarsela”. A volte quasi si divertono, creano dei mondi paralleli in cui quella data azione ha un perché vero solo per lui e questo è molto pericoloso perché ci si allontana dalla realtà, finché un giorno la realtà non bussa alla porta con tutto lo zaino pieno dei tuoi rimandi. Non siamo nel granducato del Bianconiglio! Noi siamo a Scandicci, a Firenze, a Prato, in Toscana, lavoriamo e studiamo, corriamo e pensiamo. Non troveremo mai uno Stregatto a indicarci la strada! Comunque senza indugiare oltre in fiabe e racconti, immagino che sarà successo anche a te di chiederti come hai fatto a non accorgertene prima che non era la persona giusta, com’è possibile che quel cliente non te lo abbia detto chiaramente oppure perché è successo proprio a te e cosa hai fatto per meritartelo. Ebbene, in tutti questi casi sono loro, le distorsioni che hanno creato questo tuo universo parallelo dove la tristezza si è vestita di gioia o la solitudine ha preso le sembianze dell’indipendenza. Quando ti accorgi di quanto sono pericolose le distorsioni mentali vorresti mille volte di più di averne alle caviglie piuttosto che crearle nella tua mente. Comunque, tranquilli, si può fare un clic e invertire il flusso prima del disastro. E’ sufficiente darsi il tempo di assaporare anche ciò che non ci piace, non cercare di trasformarlo subito in una buona sensazione per forza ma accettarne il sapore, qualunque sia, ed essere consapevoli che sta succedendo. Un po’ come quando si dice che quando cadi devi rialzarti subito, scrollandoti la polvere di dosso e ripartire. Secondo me ci siamo quasi ma non è del tutto ok. “Quando cadi pensa a rialzarti subito” è un buon inizio, ma secondo me è meglio stare un attimo in terra, toccare il terreno, capire cosa è successo e poi rialzarti, con energia e sicurezza ma senza scrollarsi un bel niente. Tutto quello che succede può servire per crescere e quindi è bene percepire la varietà dei sapori per imparare ad essere migliori la volta successiva. Senza distorsioni e fuori dalla tana del Bianconiglio. Luca Paoli
Essere soli o sentirsi soli: quando la solitudine si trasforma in paura
Veniamo da un anno in cui per ognuno di noi le sensazioni più comuni sono state “sorpresa”, “inquietudine”, “paura”, “sofferenza”. Ho pensato molto a tutto questo e di recente mi sono preso un po’ di tempo, tra le varie attività e impegni che ho, per fare un’analisi piuttosto accurata, del lavoro svolto nell’ultimo periodo con le tante persone con le quali ho la fortuna di lavorare. È balzato fuori dagli appunti e dagli esercizi svolti, che le parole che più di altre sono state utilizzate riconducono a determinati stati d’animo che tecnicamente abbiamo fortunatamente individuato, superato e rieducato. Nel dettaglio, senza voler scendere alle percentuali, posso dire che in gran parte, la linguistica usata riconduce principalmente ai sentimenti di paura e solitudine. A pensarci bene era prevedibile e tutto sommato naturale con quello che sta succedendo ma è stato comunque illuminante per me poter prendere atto, in modo tangibile, di quanto l’essere umano abbia desiderio di contatto e sia disposto ad affrontare le proprie paure solo quando ha dei motivi importanti per farlo. Questo periodo, di fatto, ci ha costretti a scegliere di cosa avere davvero paura e per cosa vale la pena davvero batterci. Tornando all’analisi, è chiaro che a marzo il fattore scatenante è stata la sorpresa (il covid non se lo aspettava nessuno). È accaduto un imprevisto che ha portato fuori dalla propria zona di comfort, spingendo le persone, di conseguenza, al cambiamento. In casi così scegli gioco forza di cambiare abitudini se vuoi restare in vita e avere un futuro da immaginare per te e per i tuoi figli e per farlo ti devi impegnare per affrontare le giornate in modo diverso, nuovo e quindi meno familiare. Sono state date delle regole ed è aumentata la distanza tra persone fino a diventare una consuetudine girare con il volto coperto, spostandosi repentinamente se uno sconosciuto ti sta camminando vicino o ti viene incontro. Questa distanza, come hai potuto toccare con mano, si trasforma poi in solitudine, che quando è “desiderata” è una gran cosa: ti permette di riflettere, meditare, apprezzare meglio ciò che hai. Ma, quando ti è imposta e si protrae nel tempo, nella maggior parte dei casi si trasforma in “solitudine indesiderata” e si passa dalla realtà dell’”essere solo” alla percezione del “sentirsi solo”. Questa sensazione in molti, come dicevo all’inizio, è purtroppo diventata poi paura o addirittura terrore di restare soli. Il nostro corpo, come ho scritto più volte anche su queste pagine, quando ha paura si pone in una posizione di difesa perché si sente aggredito, nonostante il pericolo non sia reale nell’immediato, e va quindi in stress producendo maggiori quantità di adrenalina e cortisolo che provocano degli stati d’animo poco utili quando devi progettare, programmare, fare delle scelte e prendere delle decisioni. In questi casi è molto meglio essere lucidi e avere in circolo il giusto cocktail ormonale e per riuscirci un passaggio importante è prendere consapevolezza di questa difficoltà, chiedere aiuto e attivarsi per fare quel clic che inverta il processo verso l’immobilità, l’interdizione. Sì, perché il rischio più grosso quando ci sono delle situazioni difficili da affrontare è quello di pensare che sia inutile ogni azione o pensiero e quindi, non sapendo cosa fare, restare immobili, in attesa dell’inevitabile. Restare immobili magari non sarà la causa delle tegole che ti cadono in testa ma stai pur certo che non ti aiuterà a scansarle.
La ripartenza
Siamo nel nuovo anno e quindi possiamo etichettare questa come l’ennesima ripartenza. E’ un bel po’ ormai che non si parla d’altro: blocchi e ripartenze. Sembra di essere alle finali dei cento metri a intermittenza… Conte lo starter e noi e le nostre aziende sui blocchi, ogni volta pronti a ripartire. Ma quanto potrà durare? È davvero sfiancante mi dicono in tanti. Poi ci mettiamo a sedere. Davanti a uno schermo, rispettando le distanze, analizziamo con calma la situazione ed esce fuori il mare magnum delle opportunità. Così succede da qualche mese con gran parte dei miei coachee. E questo perché? Perché riusciamo a immaginare il futuro proprio come magari è capitato a te in qualche momento, tanti anni fa o anche solo qualche giorno fa. Ti ricordi della guerra in Iraq, dell’Euro e della nascita di Facebook? Ti ricordi quando Barack Obama è diventato il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti? Ti ricordi dove eri e cosa hai provato quando abbiamo vinto il quarto Mondiale di calcio? Oppure quando c’è stato il terremoto in Abruzzo? O magari la nascita del primo I Phone, trait d’union tra il telefono cellulare e un palmare? Una svolta storica… una serie di svolte storiche. Ebbene, questi avvenimenti hanno qualcosa in comune: sono tutti avvenuti nel primo decennio di questo nuovo millennio e, rifletti un attimo, dove eri a quel tempo, che tipo di persona eri? Facci caso, sono passati appena più di 10 anni e molto è cambiato, nel mondo e dentro di te. Ti ricordi chi erano i tuoi più cari amici allora? Quali erano i tuoi sogni e le tue speranze e In cosa credevi fermamente? Se qualcuno ti avesse chiesto” Dove sarai tra dieci o quindici anni?” che cosa gli avresti risposto? Sei poi riuscito ad arrivare dove volevi? Una cosa è certa: il tempo ha una sola direzione e la sensazione che in tanti abbiamo è che questi anni siano passati molto in fretta, non è vero? A questo punto però forse è meglio chiederci: come vivremo i prossimi dieci, quindici anni? Che cosa intendiamo fare per crearci opportunità per il domani verso il quale ci stiamo dirigendo? Per cosa combatteremo e che cosa è davvero importante per te, sopra ogni altra cosa, da adesso in poi? Vedi, fra dieci o quindici anni di sicuro da qualche parte arriverai. Il problema è: Dove? Chi sarai diventato? Come vivrai? Quale contributo avrai dato all’umanità? È adesso il momento di fare piani per i prossimi dieci anni, non quando sono passati. Tra dieci anni sarà solo il momento dei ricordi E siccome abbiamo scoperto quanto sia bello provare ricordi piacevoli, è bene mettersi in moto già da oggi per capire che strada scegliere da oggi per i prossimi dieci, venti anni. Che arriveranno presto… Sta sicuro, il 2040 è reale, non è fantascienza… Dipende solo da te come vuoi arrivarci. Quando in futuro ti ricorderai di questi anni potrai sorridere o sentirti frustrato, godere del successo o soffrire per non avere avuto coraggio. Ti sentirai soddisfatto o inquieto… In definitiva, quando vogliamo dirigere la nostra vita dobbiamo sempre assumere il controllo delle nostre azioni. Non è quello che facciamo ogni tanto che può determinare il nostro futuro ma ciò che applichiamo con costanza e perseveranza nel lungo periodo. In pratica è mettere a regime e applicare il più spesso possibile quello che possiamo definire il nostro potere decisionale, ciò che è in nostro potere e che possiamo decidere di cambiare per migliorare. In questa ennesima ripartenza dovremo adattarci a nuovi modi di lavorare e di svolgere le nostre attività quotidiane. Sono sicurissimo che impareremo, come abbiamo fatto prima. Dopo ogni torre gemella, dopo ogni nuovo social, dopo ogni nuovo presidente. Dopo ogni nuova sfida. E quindi: Buona ripartenza a tutti!
Riflessione di fine anno per migliorare il futuro
“E’ con le intenzioni migliori che si producono gli effetti peggiori” Oscar Wilde Un anno è passato da quando abbiamo stappato la bottiglia di spumante augurandoci l’un l’altro un anno migliore. Sappiamo tutti come è andata e quindi non mi va proprio di finire l’anno con i soliti discorsi di auguri e facendo un sunto di quelli che sono i miei successi o i propositi. Mi sembra più coerente col mio ruolo, e quello di questa rubrica, stare dentro la situazione attuale perché sicuramente è più utile una buona riflessione che un blando augurio. La riflessione può cambiare il corso delle cose perché permette di aprire spiragli di cambiamento mentre un augurio fine a se stesso sposta verso l’esterno la causalità di ciò che si percepisce. In questo modo posso aiutarti a cambiare la prospettiva, e vedere o sentire, in modo diverso quello che sta accadendo. Possiamo considerare infatti, che gli esseri umani, come dimostrato da diversi studi della moderna psicologia cognitiva, hanno forti difficoltà a cambiare le loro visioni e i loro schemi di pensiero anche quando questi si dimostrano, a più riprese, inadeguati. E’ corretto considerare, come assunto iniziale, che la vita è costellata di eventi più o meno problematici per chiunque. La differenza sta nel come ci si pone nei confronti di tali realtà poiché ciò condurrà a mettere in atto tentativi che possono guidare non solo alla NON soluzione ma, addirittura, alla complicazione del problema che si vorrebbe risolvere. Pertanto ciò che costruisce un problema non è tanto un errore di percezione, che sono in verità tutte corrette in quanto tue, ma la rigida perseveranza nella posizione assunta e nelle azioni che ne conseguono. Molto spesso le persone cronicizzano le loro difficoltà esistenziali, utilizzando una o più soluzioni che spesso sono riconosciute dallo stesso soggetto come non funzionali ma che gli risultano però impossibili da modificare. Questo rigido schema di percezioni e reazioni, nei confronti di una determinata realtà, mantiene quindi in essere il problema, lo complica e spesso conduce la persona a essere sfiduciata nella possibilità di un cambiamento. In virtù di questo, il risultato che si ottiene è che le tentate soluzioni disfunzionali diventano esse stesse il problema. In pratica, come dice il proverbio, “errare umano est” ma è l’incapacità degli uomini di modificare i propri errori a rendere le situazioni complicate e poi irrisolvibili. Questa difficoltà a cambiare strategie e schemi mentali risiede nel fatto che queste derivano da pregresse esperienze di successo per simili situazioni. Ciò che è importante considerare in direzione del cambiamento non è il modo in cui un problema si è venuto a creare nel tempo bensì come questo si mantenga nel presente. Ciò che dobbiamo interrompere, quando vogliamo cambiare una realtà, è la sua persistenza; Sulla formazione del problema, svoltasi nel passato, non abbiamo alcun potere di intervento e questo è bene tenerlo a mente per ricordarci quanto si sia abili nel decidere come vivere, a prescindere che la scelta ricada sul bene o sul male. E’ importante, a parer mio, finire l’anno con questa consapevolezza affinché il prossimo possa essere affrontato in modo più flessibile. Non sappiamo cosa ci riserverà a breve la natura e non sappiamo nemmeno cosa verrà deciso per noi ma di sicuro sappiamo che, nel frattempo, possiamo essere artefici del nostro benessere mentale in quanto abbiamo la possibilità di scegliere se rimanere rigidi nei propri schemi mentali oppure accettare di cambiare la visione e spostarsi su una più utile, andando a concentrarsi non su ciò che è successo ma su quello che abbiamo imparato in questi mesi e quello che potremo fare per vivere al meglio la situazione. Ok, adesso, che abbiamo messo i presupposti per una buona e corposa riflessione di fine anno, ci sta pure un augurio per il nostro futuro: Buon 2021 a te, lettore che sai arrivare in fondo all’articolo. 😊
Dal lamento alla soluzione il passo è breve
Penso davvero che questo sia il mestiere più bello del mondo. Tutti coloro che vengono da me lo fanno per migliorare e il bello è che sono loro che migliorano me. In questi giorni mi è capitato di parlare con persone di vario genere, di diverso ceto e ambizioni ma il denominatore comune è stato sempre il desiderio di capire come superare questo periodo. A parte il fatto che non condivido come principio quello di voler per forza “superare un periodo” in quanto preferisco vedere la vita come un continuum emozionale, e non un susseguirsi di tappe, una sorta di gara con partenza arrivo continuo, che ritengo pensiero sfinente e faticoso. In particolare in loro sentivo la volontà forte di non voler vedere quello che sta accadendo nel mondo con questa pandemia, come se questo evitasse loro la paura e il dolore per le privazioni e le incertezze a cui siamo sottoposti. Eppure invece il nocciolo sta proprio lì, nell’accettazione. Esiste ciò che accade e quello che vorresti accadesse. Una è la realtà, l’altra è fantasia. Quello che serve come il pane in questi momenti di grave disagio generale e mancanza di linee guida chiare ed efficaci, è l’attitudine ad accettare e convivere col cambiamento e l’incertezza. Questa accettazione di fatto, aiuta a superare le sofferenze del momento perché mentre accetti il problema hai già posato il focus sul dopo. Hai già proiettato il tuo sguardo sulla soluzione anziché lottare fino allo sfinimento, cercando di negarti alla realtà delle cose. Chiaramente fare questo switch dal problema alla soluzione non sempre è facile e quindi siccome la mente è come un muscolo, il più forte che abbiamo, è solo con l’allenamento e la disciplina, che si risolve la situazione a nostro favore. È scientificamente provato che nel nostro cervello esistono un’area deputata, diciamo così, al “lamento” e un’altra al problem solving, ed è altrettanto provato che più grande è una e più piccola diventa l’altra. Immaginatevi quindi come se dentro di voi esistessero due muscoli, che più sviluppo uno, più si riduce l’altro e che allenandoti al proiettarti verso le soluzioni, automaticamente sarai sempre più portato a farlo, fino a trovarla una cosa naturale, evitando di cadere nell’inutile lamentela fine a sé stessa. Per facilitare l’allenamento mentale di questo passaggio, dal lamento per il problema, all’ accettazione e di conseguenza al trovare soluzioni, esistono diversi modi, tante strategie. C’è chi usa la meditazione, la fede, la lettura o chi il semplice silenzio oppure altri che preferiscono farsi domande potenti. Ad esempio in epoca covid, puoi chiederti: cosa posso imparare da questa situazione? Cosa posso trovare di buono in questo? Che insegnamento posso trarne? Come posso risolvere questa situazione e trovare un modo di apprendere nuove abilità da questa sfida? Ad esempio in questi incontri, come dicevo all’inizio, è emersa da una di queste conversazioni una domanda che secondo me crea un cambio sostanziale di paradigma sulla resilienza. Avete presente quelle frasi tipo “non importa quante volte cadi ma quante ti rialzi”? Ecco, abbiamo capito insieme, e qui la potenza del coaching che fa crescere chiunque (a prescindere se sei il coach o il coachee), che in realtà dovremmo dirci “quando cadi, raccogli qualcosa e poi rialzati”. In questo modo, dopo una caduta o in un periodo difficile, invece di rialzarsi di scatto e scrollarsi rapidamente la polvere per poi ripartire come se niente fosse, il nostro focus va su cosa raccogliere per essere più forte domani, con la tua nuova esperienza tradotta in nuova abilità, messa al servizio della consapevolezza.
IL TERRORISMO MENTALE: COME FARVI FRONTE
In tutto il mondo, ogni giorno, avvengono piccole e grandi tragedie. Alcune di queste avvengono per mano dei terroristi. Il terrorismo si chiama così perché porta terrore ed è lo stesso che visita le nostre menti quando ad appiccare il fuoco siamo noi. In quei casi siamo sia terroristi che vittime. Questo è ciò che accade quando reagiamo male agli avvenimenti e facciamo esplodere delle sensazioni negative, dolorose, che funzionano un po’ come bombe: producono macerie, feriscono l’immagine che abbiamo di noi stessi e incidono inevitabilmente anche sul nostro stato d’animo. Ogni giorno, volendo, siamo capaci di crearci gratuitamente delle convinzioni che ci intrappolano dentro paura, ansia e stress. In pratica siamo degli autentici artisti che sanno bene come fare per ridursi a brandelli, siamo degli ottimi terroristi delle nostre anime. E questa non è una buona cosa se pensi che il tuo obiettivo principe deve essere quello di stare bene ed essere felice. E quindi? Dove sta la soluzione a questo strano inghippo? La soluzione nasce dal fatto che per ogni terrorista sulla terra esistono per fortuna centinaia di migliaia di antiterroristi. Quindi puoi intuire che anche in noi si innesca a sua volta una battaglia contro questo modo di farci del male. E’ una guerra che mira a mettere fine alla tirannia della mente non utile, quella che ti toglie autostima e sicurezze, quella che crea tristezza e paure dove potrebbero stare solo dei piccoli dubbi o curiosità. Il fatto di essere entrato in battaglia comporta il tenere un certo atteggiamento verso il nemico ed il primo, assolutamente da attivare subito, è quello di accettare che queste sensazioni esistono davvero e che prima non erano nemici. La paura infatti tante volte ci ha salvato dai pericoli, l’ansia o lo stress tante volte ci hanno permesso di essere puntuali, nel posto giusto con la giusta attenzione, la tristezza infine ci ha permesso in certi momenti di percepire l’essenza del dolore e ci ha preso per mano di fronte a un addio, traendoci in salvo, trasformandosi in tenera malinconia. Poi come secondo passaggio, possiamo pensare alla potenza di un sorriso di fronte a questi pensieri. Ridere ci fa sentire forti; è come sentirsi il sole che spacca le nubi. E infine puoi pensare che esistono tanti modi diversi di intendere la paura lo stress o la tristezza e possiamo cambiare il modo in cui pensiamo a queste sensazioni. Tanti credono che questi siano problemi così grandi da non poter essere sistemati ma invece attraverso esercizi e strategie adeguate tutto questo è possibile. I pensieri, anche quelli infelici, non sono un approdo ma un processo e una volta individuata ogni fase, questa può essere frantumata, può essere fatta brillare proprio con una bomba, stavolta amica, che ci libera dall’invasore. Il rispetto che ognuno di noi dovrebbe avere per sé stesso è più che sufficiente per farti trovare la strada, rapidamente potrai renderti conto che una volta identificate, catalogate, nominate ogni paura, ansia o tristezza li potrai debellare con eleganza e controllo. E col sorriso, alla faccia di chi ti vuole terrorista.